Atreju 2006 - Compagno Fini, camerata Bertinotti
by Parolibero
Eccoli finalmente, il comunista in cachemire e il fascista in doppiopetto. Sarà pur vero che tutto è cambiato però a me fa ancora un certo effetto vederli insieme, parlare e ragionare, fa un bell’effetto vedere che quando le persone sono ottime, anche la politica lo è, pur nelle sue contrapposizioni più feroci. Non credo di peccare di nostalgia se per un attimo il pensiero corre, io ragazzino, a certe tribune politiche tra Berlinguer e Almirante. Questo è passato che non torna. Ma più passa il tempo e più mi convinco che questi due qui davanti, Bertinotti e Fini, siano gli uomini politici con le migliori cose da dire degli ultimi vent’anni.
La cronaca. I cinquecento giovani stipati come sardine nel tendone di Atreju tributano, com’è naturale, cori da stadio a Fini e un caldo applauso a Bertinotti.
Dopo i ringraziamenti iniziali all’insegna del fairplay reciproco inizia il dibattito: Giorgia Meloni, vicepresidente della Camera, stuzzica subito Bertinotti sull’attualità: com’è possibile, chiede, che il Governo Prodi trattasse in maniera quasi cospirativa il riassetto della Telecom e l’eventuale vendita di Tim ad investitori stranieri?
Bertinotti è molto abile a tenersi lontano dal merito della questione, con la sua oratoria
abile (direi un po’ paracula), parte per la tangente e finisce a parlare di sud e nord del mondo, di conflitti sociali, di vecchio e nuovo capitalismo, dei diritti reali “dei lavoratori e delle lavoratrici” aggrediti dalle dinamiche del mercato. Va tutto bene, ma alla Telecom un accenno fugace e indiretto: “Gradirei che sulle politiche economiche e sui grandi assetti finanziari pubblici si seguisse l’esempio di un grande paese come la Francia”.
Battuta della Meloni che passa la palla a Fini: “Presidente, dopo Guido Rossi a capo della Telecom, dobbiamo aspettarci Tronchetti Provera commissario della Figc?”
Fini che anche se non sembra è un battutaro, coglie - è il caso di dirlo - la palla al balzo: “Beh, se così fosse, non sarebbe una buona notizia per l’Inter”. E Bertinotti: “Infatti, gli interisti sono già in allarme”.
Scherzi a parte, comunque significativi del clima disteso dell’incontro, il presidente di AN insegue il suo avversario sul terreno delle scelte ideali, e dopo una disamina delle anomalie del capitalismo nostrano, “un capitalismo che rischia soldi non suoi, ma delle banche”, lancia qualche affondo più in dettaglio: “Com’è possibile far credere agli italiani che il premier Prodi non fosse al corrente dello studio commissionato a una banca d’affari da Rovati, suo fidato collaboratore. Che questa banca sia probabilmente la Goldman Sachs, e - cosa ancor più grave - che a un dirigente di questo istituto sembra fosse stata promessa la guida della Cassa Depositi e Prestiti, sotto il cui perimetro sarebbe stata ricondotta l’azienda di Tlc?”.
Fini ha ribadito il dovere di Prodi di “rendere subito conto al Parlamento dell’intera vicenda”. E ha aggiunto quel che tutto il popolo della destra pensa: “Ma cosa sarebbe successo, se al governo fosse stato Berlusconi?” Applausi.
Il presidente della Camera, sornione come sempre, da parte sua ricorda quando, all’inizio della sua carriera politica, nata nel’60 in seguito agli scontri di Genova contro il Msi che portarono alla caduta del governo Tambroni, i militanti come lui esercitavano la difesa di rito: “Sono un militante del Partito comunista italiano e non ho nulla da dichiarare”. Allo stesso modo, oggi che ha un ruolo istituzionale, dice, “sono il presidente della Camera e non posso dichiarare null’altro”. Risate e applausi.
Questo a mio avviso, il succo dell’incontro. La meglio gioventù di ieri ha forse ancora qualcosa da dire a quella di oggi.
September 19th, 2006 at 6:35 pm
E’ stato un esperimento notevole quello del duo Fini-Bertinotti. Vedendo il tutto da fuori ho come l’impressione che la deriva (la rovina?) di AN sia incominciata con l’appiattimento sulle scelte atlantiste e liberiste del governo berlusconi.
In questa vecchissima e sgangherata Europa ci sarebbero (ancora per poco) forze notevoli per costruire un futuro autonomo tanto dall’”alleato” americano, quanto da lle aspirazioni terzomondiste e prive di identità della sinistra radical.
Quel banner “per l’Occidente” non rappresenta l’Europa (quella delle radici sociali, “cavalleresche”, cristiane, quella dell’arte e del pensiero) ma semplicemente un omaggio ai nuovi padroni d’oltre mare. Un banner, un simulacro che non rappresenta “Noi”, ma “loro”. I padroni del vapore. A cui non interessa nulla nè dei Carolingi, nè del Rinascimento, nè dei Risorgimenti e delle Rivoluzioni europee. Ma solo di assicurarsi sicuri corridoi al mare. Di conquistare le coscienze abbrutite d a spot e cotillon “globali”.
Pronunciando come un rosario la parola “Occidente” senza la reale coscienza della nostra alterità di Europei (italiani) si rischia di scomparire letteralmente come civiltà.
L’odierna “destra” italiana da che parte sta?
P.S. Lo sfogo è lungo e mi rendo conto di aver divagato. Ma almeno qui vedo la faccia di D’Annunzio e non quelle di Bush & Cheney.
Ci vediamo per la birra!
il Vicerè
September 19th, 2006 at 7:35 pm
sarei anch’io felice di sapere dove sta l’odierna destra italiana…
intanto posso dire dove cerca di andare: alle radici dell’Europa che citi tu, all’Europa dei popoli e non solo dei burocrati o delle oligarchie finanziarie, all’Europa culla di civiltà e cultura, l’Europa del Cristianesimo…è proprio questo il senso del manifesto di Pera (leggilo bene, c’è il sito), non va letto solo “in negativo”, cioè in difesa dal revanscismo islamico, ma “in positivo”, a tutela dei valori comuni.
Sull’appiattimento liberista forzitaliota, con me sfondi una porta aperta: ma ha avuto le sue ragioni nella realpolitik di governo.
a presto e a tutta birra ;-)