Scontro di civiltà: supplì all’ottomana
by ParoliberoSe non è vero che stiamo subendo una colonizzazione. Se non è vero che stiamo svendendo le nostre tradizioni una dopo l’altra. Se non è vero, allora spiegami perché il supplì alla romana, ovunque tu vada, sa ormai di curry o cumino o curcuma. Mai di supplì alla romana.
January 20th, 2007 at 11:53 am
Perchè siamo un popolo di coglioni, asserviti a qualsiasi cultura differente dalla nostra. “E’ un arricchimento” dicono i soliti intellettuali dei miei stivali. Per fortuna qualcosa sta cambiando e dopo anni e anni di buonismo di marca cattocomunista, ci stiamo lentamente svegliando. cambierà qualcosa? Mah, spero proprio di sì, anzi, ci conto.
cverdier.blogspot.com
January 20th, 2007 at 4:03 pm
Perchè Sirchia ha deciso che devi da sta a dieta :D :D
January 21st, 2007 at 1:21 am
ma no non siamo un popolo di coglioni, al contrario, ci piace provare cose nuove. se no staremmo ancora in giro con la toga e i calzari. mi sa che in questo caso il problema è che gli egiziani (per esempio) se stanno a prende tutte le pizzerie a taglio. ma succede perché noi gliele lasciamo. forse abbiamo perso la voglia di stare dodici ore attaccati a un forno caldo? ecco mi sa che il problema è che abbiamo un po’ perso lo slancio, e non l’ideologia da rosticceria. comunque giggi se fai un salto dalle parti di casa mia al portuense, là il supplì è ancora senza spezie demo-catto-massoniche. :D
January 21st, 2007 at 9:48 am
@ christian: ci conto pure io :|
@ camelot: voleva pure farmi smettere di fumare, gli è andata male ;-)
@ marigold: portuense? indirizzi, please. Toga e calzari? Perché no ;-0
January 21st, 2007 at 10:56 am
@Christian:
Fosse che - così eh, si fa per dire - un pizzaiolo italiano costa 5 volte i minimi contrattuali (più carico contributivo) e gli altri no?
Fosse che - sempre pour parler - le lavorazioni artigiane vanno scemando da una quindicina d’anni perchè considerate poco nobili?
Fosse sempre che - continuando a fare esempi sparsi - la nuova leva di ragazzo-spazzola non è più composta dai nostri figli (impegnati forse ad emulare il Pupone di turno) ma dai cingalesi?
Fosse ancora che - guarda quanti fosse - alle 6.30 di mattina, all’incrocio Torrino-Pontina o sulla Palmiro Togliatti, ci sono solo rumeni, bulgari, albanesi et similia perchè andare su un ponteggio a quell’ora potrebbe far venire il raffreddore?
Così eh… giusto un paio di ipotesi buttate lì… se poi hai smania di verificarle, vieni a studio da me un paio di settimane e ne riparliamo…
@Luigi:
Quando riprendo la moto, facciamo il tour delle pizzerie/rosticcerie con i supplì doc… e tu sai che - in materia di supplì - je l’ammollo®…
January 21st, 2007 at 1:25 pm
Se la colonizzazione fosse a base di sushi, io non mi lamenterei…
January 21st, 2007 at 6:33 pm
Sono l’unico a pensare che il curry sa di…sudore?
January 21st, 2007 at 6:38 pm
@ invernomuto: l’hanno fatto anche gli italiani, fino a 30-40 anni fa…vorrei che sia chiara una cosa, io NON ho nulla contro gli egiziani che si mettono al forno, ma PRETENDO che venga loro insegnato come si fa il supplì alla romana. Saranno rimasti due-tre posti giusti in tutta Roma, quindi sbrighiamoci a fare il supply-tour ;-)
@ semplice: è fatto quasi sempre col tonno sardo o siciliano, che al mercato del pesce di Tokyo arriva a costare 120 euro al chilo…lo vedi che è sempre meglio l’autarchia gastronomica? ;-*
January 21st, 2007 at 6:40 pm
@ neoscapigliato: ma che schifo! :|
January 22nd, 2007 at 10:23 am
Che la ricetta dei supplì alla romana debba essere univoca Luigi, questo nessuno lo mette in dubbio. Ma che mi si parli di “buonismo cattocomunista” quando non si ha nemmeno la percezione (altrimenti non si parlerebbe così) della portata del fenomeno, beh… la cosa mi fa sorridere.
Ed anche tanto.
January 22nd, 2007 at 12:23 pm
@ invernomuto: provo a interpretare christian, nella speranza che si rifaccia vivo per risponderti. Il punto del suo pensiero (e del mio post) voleva essere: difendere la propria cultura e identità significa anche preservare una cosa apparentemente innocua, come uno stupido supplì alla romana.
January 22nd, 2007 at 1:01 pm
Io di pizzerie in cui fanno il supplì alla romana ne trovo ancora a iosa. Semmai, son poche quelle in cui si trova un buon supplì alla romana. Ma ’sta cosa era vera anche prima che arrivassero gli egiziani.
January 22nd, 2007 at 3:01 pm
@ davide: ma infatti, io intendo un buon supplì alla romana, quello de nonna ;-)
January 22nd, 2007 at 8:28 pm
Cavolo che voglia di supplì che mi è venuta!!
Comunque è uno schifo!
Mangiate italiano e lasciate perdere quelle porcherie che ci propongono.
Lasciate stare cinesi, giapponesi, arabi e messicani.
Almeno il cibo difendiamolo!
January 23rd, 2007 at 4:18 am
daje, eccone un altro. giovanotti, se fosse stato per voi manco il peperoncino, né la bruschetta né la pizza col pomodoro. ah ste porcherie che vengono dalle Indie occidentali! e senza polenta al paese di mio padre chissà che se magnavano. ve la meritate, la sinistra slow-food.
January 23rd, 2007 at 5:07 am
no, sul serio, qua c’è un problema di fondo. il sabato è per l’uomo o l’uomo per il sabato? io credo che la tradizione la fa la gente, e non che noi dobbiamo seguire lo schema - lo schema de chi, poi?. il supplì alla romana lo fa la romana. se la sora Iole domani decide che le piace metterci l’uvetta, bè la romana è lei. come peraltro la sora Lella che ha pensato di metterci la mozzarella nella notte dei tempi (che per quanto ne sappiamo noi potrebbe essere pure il 1950). Dove il tortellino è tradizione _viva_, non ci sono due famiglie che ci mettono lo stesso ripieno. La “ricetta” serve a farlo diventa’ una mummia, standardizzarlo e venderlo al popolo biondo di vostra preferenza, che ha bisogno degli ingredienti scritti così può aprire il ristorante italiano con le tovaglie a quadretti. Che però sempre finto rimane.
Poi Giggi lo sai qual è l’altro problema, quello sentimentale? Che il sapore del sugo di nonna non tornerà più, primo per motivi cimiteriali, secondo perché io non ho più 6 anni da prima che la Lazio vincesse lo scudetto, e mai più li riavrò.
January 23rd, 2007 at 9:13 am
@ antonio: non dico propriamente questo, il cinese o l’arabo possono essere esperienze interessanti (soprattutto a casa loro, piuttosto che negli adattamenti che ripropongono qua da noi). Però il primato italiano non si discute, e va difeso ;-)
@ marigold: intanto, io farei Carlin Petrini santo subito ;-) Poi: col tuo ragionamento si relativizza tutto, e invece qualchecosa deve pur restare com’era. Il cibo è identità. E tradizione. Non bisogna avere paura di queste parole.
January 23rd, 2007 at 12:47 pm
forse non mi sono spiegato: l’identità e la tradizione siamo noi, non il supplì. “le cose com’erano” vengono da una stratificazione di duemila anni, non si possono appiattire su un presunto archetipo immutabile, se no vuol dire che siamo morti - e ci colonizzano lunedi prossimo. non è che lo zafferano è nato all’aquila, qualcuno ce l’ha portato, e qualcun altro ha detto però, quasi quasi lo aggiungo al risotto. ovviamente non nego che ci sia uno “schema generale”. e poi io mi concentrerei su altre cose che non la curcuma (a proposito, de che sa sta curcuma?) riguardo al problema dell’identità.
su petrini santo (facciamo beato?) sono d’accordo pure io. quello che non mi piace è la degenerazione.
January 23rd, 2007 at 5:30 pm
D’accordo con marigold. Leggenda vuole che ad es. la pasta “alla carbonara” nasca appena finita l’ultimaa guerra mondiale, con l’arrivo degli americani in Italia e la conseguente ampia disponibilità di bacon e uova, che stimolò la naturale unione degli ingredienti alla pasta. (Per correttezza va detto che ci sono anche altre tesi sulle origini dell carbonara medesima). Ad ogni modo, in cucina la contaminazione è ricchezza. Le tradizioni gastronomiche si evolvono: della cucina dell’antica Roma non resta nulla, e non perché manchino le ricette (che conosciamo) ma perché era in gran parte basata sul dulcamara, su commistioni tra l’agro e il dolce che oggi troveremmo disturbanti. Di quella tradizione sopravvivono residui minimi (vedi la mostarda di Cremona), così come della tradizione gastronomica medievale. Il mondo cambia: e per fortuna noi cambiamo con lui.
January 23rd, 2007 at 9:01 pm
@ marigold: ho capito benissimo, ma continuo a dissentire. Per continuare col supplì, beh: il supplì alla romana deve la sua grandezza al fatto di aver trovato A ROMA il suo apice, non ha alcuna rilevanza se a Canicattì la signora Concetta lo fa in maniera diversa, non se la caga nessuno perché il supplì alla romana è quello, codificato, e NON può cambiare, se non a patto di non chiamarlo più supplì alla romana (vedo comunque che rimaniamo nell’ambito regionale italiano: un motivo ci sarà, no?). Allo stesso modo non frega niente a nessuno se lo zafferano è di L’Aquila o di Norcia, perché qualche vecchia babbiona milanese se lo è inventato cent’anni fa e solo lei, e chi ne conserva la ricetta tradizionale, sa ESEGUIRE bene il risotto alla meneghina. Questa è tradizione buona, non l’immobilismo o il passatismo di cui mi accusi. M’hai fatto infervorà :|
@ davide: idem come sopra, aggiungo solo che la contaminazione non è sempre ricchezza, a meno che non vogliamo fare gli intellettuali snob (cosa che da ’ste parti proprio no): in pubblico sproloquiano di cibo vietnamita e in privato se vanno a fa’ la matriciana a Testaccio. Insomma ragazzi, lo volete capì che ’sti supplì speziati fanno schifo? E quel che fa schifo, in cucina, va rigettato subito. Il gusto NON è soggettivo ;-)
January 23rd, 2007 at 9:39 pm
Passatismo a tavola?
Tutt’altro!
Il passatismo è di chi oggi massifica il gusto mangiando schifezze orientaleggianti. Il gusto va educato.
Anche qui le mode portano solo omologazione.
Andare a mangiare giapponese solo perchè è di moda e pagare 40 euro per del pesce freddo e crudo è rivoltante. Non il cibo, l’atteggiamento.
Passatista è chi è omologato e ripete luoghi comuni, non chi esprime giudizi su base esclusivamente personale.
Non scherziamo.
January 24th, 2007 at 8:50 am
Ma il mio è tutt’altro che un discorso snobistico, anzi: ti dico in anticipo che i supplì speziati a me non piacciono (e infatti non li mangio), però evidentemente a qualcun altro devono pur piacere, altrimenti non si venderebbero. Per cui: se c’è chi li apprezza, ben vengano; altrimenti vuol dire che spariranno dal mercato in un fiat.
January 24th, 2007 at 11:02 am
@ davide: se a qualcuno piacciono, è perché non hanno mai fatto il paragone col supplì alla romana (il cane si morde la coda, come vedi ;-)
January 24th, 2007 at 1:57 pm
nun te infervora’, t’ho scritto in privato. magari rispondi. o almeno leggi.
January 24th, 2007 at 2:26 pm
@parolibero, questo non puoi saperlo. Sei forse onniveggente?
January 24th, 2007 at 4:54 pm
@ marigold: c’ho problemi colla mail, riscrivimi…
@ davide: no, sono benmangiante ;-)
January 24th, 2007 at 5:16 pm
ho scritto a parolibero@parolibero.com
dove devo, invece?
January 27th, 2007 at 8:29 pm
… fanciulli vi ricordo i suppli’ da mille e una notte della montecarlo, del bersagliere, di gigetto, oppure le arancine (o arancini che dir si voglia) di mondoarancina… RAGAZZI, mi è venuta fame solo a pensarli. Cmq, per quanto riguarda i pizzettari egiziani, il vero problema è che in Italia, ormai, vi sono troppi lauerati e poche persone disponibili a sbattersi in lavori manuali e pesanti…
January 27th, 2007 at 8:51 pm
@ viaggiatoresalinoto: appunto, è giunto il momento che tu apra una rosticceria ;-)
January 28th, 2007 at 8:27 pm
…altro che… sai i soldi che guadagnerei con una rosticceria… l’unico rischio, però, è rappresentata dalla mia voracità…
March 30th, 2007 at 10:53 pm
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February 15th, 2008 at 3:49 pm
[…] Io, se c’è una cosa in cui sono conservatore, o meglio, più conservatore che in altre cose, son le cose buone di una volta. Per esempio, non so darmi pace di un problema che affligge questi nostri tempi calamitosi, e questo problema è la progressiva, inesorabile scomparsa dalle nostre tavole, della zuppa inglese. Ora, è chiaro che ci son problemi più grandi, in questi tempi calamitosi, per esempio il fatto che a roma non si trovi più un supplì decente [lo scontro di civiltà, sapete, si vede soprattutto dalle piccole cose], ma per tornare alla zuppa inglese, nulla come la zuppa inglese mi ricorda certe tavolate di quando ero bambino, e quegli anni ottanta che erano belli perché erano semplici, o forse son io che li ricordo così, perché son fuggiti via in fretta portandosi dietro i sogni di un bambino troppo sensibile. In queste tavolate, dicevo, non aveva importanza se si stava al mare o in montagna, a casa o in trattoria, si stava insieme e c’era un’idea di famiglia, si stava insieme anche se i piccoli avevano il tavolino a parte, e c’erano le signore con le giacche dalle spalline imbottite e delle orribili permanenti, e il sugo delle lasagne finiva sulle cravatte a disegni cachemire dei signori presenti, e puntuale sbucava fuori la nonna a tamponar la macchia col borotalco [un mio ex collega, un genio, diceva sempre che per lui l’immagine-simbolo degli anni 80, era “nonna che dorme sui cappotti ammonticchiati sul letto”, mentre gli altri fanno tardi a giocare a zecchinetta]. Ma per tornare a noi, erano tempi in cui non aveva troppa importanza che un impiegato guadagnasse 436mila lire nette, perché dentro quelle 436mila lire nette ci si faceva stare quasi tutto, dalla settimana bianca al subbuteo alle adidas come quelle di kareem abdul jabbar. E come chiosa ideale di quei tempi che a me sembravan felici, e forse lo erano davvero, a suggello di questo sapore di serenità e modesto benessere di un ceto medio che non esiste più, alla fine di queste tavolate faceva la sua comparsa, strappando un ooooh agli astanti tutti, la zuppa inglese, il dolce più anni 80 che sia mai esistito. La zia di Forlì che spesso si cimentava in quel trionfo di crema, pan di spagna e alkermes, oggi quando la chiamo al telefono non mi riconosce neanche più. Chissà come dev’essere non avere più ricordi, forse tremendo o forse meglio così, allo stesso tempo. Vorrei non morire d’alzheimer e trovare, se possibile, una zuppa inglese in Purgatorio. […]
March 13th, 2008 at 12:30 pm
[…] Dopo i supplì che non sono più supplì, dopo la zuppa inglese che doesn’t work anymore, oggi ci occupiamo di un altro piatto che scompare dalle nostre tavole: il vitello tonnato. Ora, anche il vitello tonnato, è, diciamolo pure, un tipico sapore degli anni ottanta, quando ci si sentiva tutti più ricchi, e questa non è una mia fissazione eh, eravamo davvero tutti più ricchi, c’era la scala mobile che teneva su i salari, e insomma negli anni ottanta essere italiani era davvero fico, e una delle cose fiche, oltre a vincere dei superbi mondiali e avere Giancarlo Antognoni come idolo personale e girare per il quartiere con la bmx, una delle cose fiche era appunto mangiare il vitello tonnato tutti insieme, sicuramente anche Giancarlo Antognoni ne mangiava con la sua famiglia, e il vitello tonnato lo potevano mangiare sia i grandi che i piccoli, anche se i piccoli avevano il tavolo a parte, e spesso ci toccava di mangiare gomito a gomito con la cugina antipatica, o lo sconosciuto figlio del collega, o quello stronzetto del piano di sotto che ti rubava le figu. E infatti, che fossero gli anni delle opportunità, lo dimostra proprio il fatto che un antipasto della provincia di Cuneo, il vitello tonnato appunto, venisse esportato in tutta Italia e facesse scuola ed entrasse nelle case delle persone perbene. Solo che poi il vitello tonnato è scomparso, vai a capire perché, son quei misteri del costume gastronomico che mi lasciano senza parole, e pensare che non è neanche difficile a farsi, basta solo essere stati da non più di sei mesi a Pantelleria o a Salina, per metterci il cappero giusto. E a Carloforte, per metterci il tonno buono, quel poco che rimane dopo che son passati i giapponesi maledetti. E comunque, anche coi capperi e col tonno giusti, il vitello tonnato, ora, è sparito, e io non so più come fare, a ricordarmi di quegli anni in cui eravamo più ricchi, e più felici. E un antipasto della provincia di Cuneo eccetera. […]