Pacha Mama
by ParoliberoPacha mama s’è risvegliata, a Ica. C’è del metodo feroce, mi viene di pensare, nel modo in cui i terremoti si accaniscono nelle zone più povere [ovviamente questa che ho detto è una stupidata]. Però colgo l’occasione per un post sul Perù e sugli Inca, uno dei miei pallini (mia moglie ancora mi maledice/ringrazia per averla trascinata laggiù in viaggio di nozze, ormai MOLTI anni fa :).
Dunque, Pacha mama secondo gli Inca è la madre terra. Nella loro cosmogonia esistevano tre mondi: quello di qui (Kay pacha), quello di sopra (Hanan pacha), quello di sotto o dei morti (Uku pacha). Tre livelli, tre spazi, tre dimensioni che si ripetono costantemente nella mitologia, nella religione, nei sorprendenti studi astronomici di questa affascinante cultura [sorprendenti sempre relativamente, considerato che parliamo del XV secolo e che questo popolo non conobbe scrittura: pensate, comunicavano attraverso una serie di ingegnose cordicelle annodate, i Quipu, ancora non del tutto decodificate e OVVIAMENTE, in gran parte distrutte dagli spagnoli].
L’astronomia, dicevo: basti pensare a Macchu Picchu e allo studio dei solstizi ai fini agricoli che ne fece la casta religiosa: è un posto che non si dimentica facilmente.
A Ica, cittadina a sud di Lima, epicentro del sisma di ieri, c’era invece un deserto di sale surreale, e di fronte le isole ballestas popolate di leoni marini, interamente ricoperte del guano dei gabbiani, una volta potentissimo fertilizzante che venica raccolto e venduto. Mangiammo in una trattoriola che poteva essere anche a Taranto, tanto era familiare e degradata, c’era una famiglia che festeggiava un qualcosa, chissà, dei bambini che si avventavano come noi su un fritto di pesce squisito. Gente povera e sorridente.
Uscimmo e regalammo penne e monete e sorrisi e carezze a tutti, con quel senso di nausea verso sé stesso del turista occidentale che mai, nemmeno con la migliore delle disposizioni d’animo, riesce a liberarsi dei suoi pregiudizi, del suo etnocentrismo. Poi andammo a Paracas, riserva naturale, anche lì altre meraviglie. Il tutto percorrendo la Panamericana, praticamente una mulattiera asfaltata, ogni tot chilometri un camion di bestiame o quache Ape ribaltata.
Ho nostalgia, vorrei esser là a fare qualcosa per quella gente. Ma cosa? Viva il Perù, gli occhi dolci della vigogna, i bambini con gli occhi grandi, il moccetto, la pelle bruciata dall’aria e dal sole. Viva.
August 16th, 2007 at 5:16 pm
Non so cosa si possa fare. Magari chiedendo ad Alberto (torinese che vive e insegna a Lima), qualcosa si può sapere…http://limalcap.splinder.com/