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Archive for the 'questo mestieraccio' Category

12
Feb
2006

Questo mestieraccio/3 - Il buffet

by Parolibero
Eppoi arriva il momento del buffet. Dopo aver finto per qualche minuto (non di più se no spariscono i rustici) di avere ancora qualcosa da ultimare prima di avventarsi come cavallette sul tavolo del buffet, (un classico diversivo è dare un’occhiata al cellulare per vedere se ci sono chiamate dalla redazione); insomma dopo aver fatto un po’ i preziosi (”vai pure cara, ti raggiungo subito”), e aver evitato l’imbarazzo di presentarsi per primi ai camerieri in livrea, arriva il momento del buffet.

E’ un momento fantastico, sia per chi (come il sottoscritto) pecca spesso di gola e poi scrive post autoassolutori come questo, sia perché offre un punto d’osservazione privilegiato sugli inquietanti tipi psicologici che si aggirano nello sfavillante mondo del giornalismo italiano. Eccoli:

1) Il collega-tramezzino. Solitamente è un espertone, conosce tutti, è alle soglie dei cinquant’anni, ha superato da tempo ogni pudore riguardo al mestiere e alle relazioni umane, ovvero: sa che i giornalisti sono una razzaccia e non si fida nemmeno di sua madre. E’ stato lasciato dalla moglie per un impiegato di banca e questo ha inferto un colpo mortale alla sua autostima. Vorrebbe avere vent’anni e si concede spesso un viaggetto a sfondo sessuale dalle parti della Thailandia. Facilmente lavora per un quotidiano, infatti è il più rilassato (mentre le comari delle agenzie scappano con le pizzette infilate nel taccuino, lui ha tutto il tempo di fermarsi: non scriverà il pezzo prima delle 17). In questo caso, però, tutti sanno che il collega-tramezzino non scriverà una riga sulla conferenza stampa / convegno o qualsiasi altra cosa si sia appena conclusa. Lui è lì per bellezza, fa public relations, intrattiene la più carina dell’ufficio stampa - che lo sopporta per spirito di servizio - dandole a intendere di conoscere il vino (in realtà è un cialtrone fantozziano) e sproloquiando di quella volta che ha scritto un reportage sulle favelas brasiliane. Mentre fa tutto ciò, ingolla tre tramezzini uova e salame contemporaneamente, di lì il soprannome.

2) La collega-sachertorte. Cicciottella e bassina, sui trent’anni o poco più, non propriamente brutta ma con un look tipo Dolcenera, cioè femminilità zerovirgola. Di quelle sempre un po’ sfigate, capaci di stenografare per intero le due ore di conferenza stampa, ma se le chiedi: “è uscita una notizia?” vanno in crisi, balbettano e ti rileggono tutto il pappone. E’ un tipo umano, non chiedetemi perché spesso di origini pugliesi (niente di meglio in Puglia, che creare disoccupati?), è un tipo umano dicevo, che io cerco perlopiù di schivare perché mi mette l’ansia. Però è anche quello con cui - da lontano - solidarizzo di più: mi fa tenerezza vederle planare sul reparto dolci del buffet e ingozzarsi di mignon al cioccolato.

3) La montata (e non è panna). Non saprei come altro definire questo esemplare femmina di iena dattilographans, la cui ultima sincera dichiarazione d’età - quarantotto anni - risale al 2 giugno ‘46. E’ una io-so-tutto, lavora ovviamente in televisione, guadagna molto, va dal parrucchiere figo in centro per finire sui giornaletti vip, ma poi alla cassa mostra il tesserino Rai per avere il 7 per cento di sconto. E’ una snob con origini modeste, spesso localizzate in Ciociaria o Maremma, e questo la incattivisce ancor di più. Se afferri una tartina al caviale, ti dice: “Che schifo, non è beluga”; se ti fiondi su un pan brioche: “E’ troppo secco, io lo prendo da…segue indicazione non richiesta di gastronomia esclusiva zona Prati”. Insomma, per usare un francesismo è una temibile scassacazzi, e supponente. E’ destinata a rimanere sola, sia nella vita - l’ex marito, capostruttura della sua stessa rete, se la diverte con una valletta di Agrate Brianza - che al buffet. Non è difficile infatti vederla, mentre i camerieri sparecchiano, lamentarsi con sé stessa di quanto sia indisponente e inadeguato il suo nuovo filippino.

30
Jan
2006

Questo mestieraccio/2 - Transumanze

by Parolibero

Il giornalista, si diceva una volta, deve “battere” il marciapiede. Fedeli a questa regola aurea che li paragona alle prostitute, e per alcuni colleghi in effetti il paragone è calzante, fedeli a questa regola dicevo i cronisti scarpinano da mane a sera (alcuni, non tutti) seguendo il rito delle “transumanze”. Vale soprattutto per chi copre la politica e l’economia, oltre che per i colleghi della cronaca. Ma mentre questi ultimi vanno (quando vanno) dove il fatto avviene, quindi non possono prevederlo in anticipo, i primi sono costretti a un penoso, quotidiano pellegrinaggio tra i luoghi istituzionali, accademici, politici ed economici del potere, soprattutto nel centro di Roma.

Parlamento, Governo, Ministeri, centri studi, fondazioni, Università: la transumanza può essere davvero stancante. Soprattutto per i giornalisti di agenzia, le comari di cui abbiamo già detto, che schizzano da un appuntamento all’altro alla velocità della luce. Dev’essere buffissimo, per i cittadini che osservano dal di fuori, vedere una ventina di giornalisti, nella media abbastanza giovani, abbastanza ignoranti e piuttosto malvestiti, armati di taccuino, telecamere, microfoni e registratori, spostarsi in gruppo dietro a questo o a quell’altro esponente politico, economista, banchiere, sindacalista eccetera.

Anche per le transumanze, come già scritto per le comari, vale la regola del non rifilarsi “buchi” a vicenda: tutti i microfoni devono essere schierati davanti al grugno dell’interlocutore, dalla prima tv nazionale all’ultima radio privata; tutti i bloc notes sguainati, dal primo quotidiano alla newsletter parrocchiale. E se qualcuno perde l’attimo o arriva tardi (capita), si fa fare un riassuntino dal collega o meglio ancora, si fa passare la dichiarazione collegando i registratori digitali col cavetto (è capitato anche a me un paio di volte: ringrazio pubblicamente il collega che mi ha salvato da un cazziatone del caporedattore).

Ma la bellezza delle transumanze sta nel loro dispiegarsi sostanzialmente pavloviano: se il personaggio da cui ci si attende una dichiarazione o a cui si deve porre una domanda sfugge per ingressi secondari, o non ha voglia di parlare, la transumanza gli corre dietro, imperterrita, come un gregge di pecore sull’appennino abruzzese. Di più: se il povero cristo, una volta seduto, si alza per andare in bagno, ecco che il gregge, piombato nel frattempo in catalessi, si rianima e lo segue, hai visto mai che una buona diuresi sciolga anche la favella.

L’ultima cosa da dire sulle transumanze è che richiedono forza fisica. Bisogna evitare le botte di steadycam in faccia, e piazzare il microfono davanti alla bocca di chi parla mentre ti arrivano gomitate sulle costole e pestoni delle colleghe più snob, quelle che vanno al comizio della Cgil in tacco Prada dieci centimetri.

28
Jan
2006

Questo mestieraccio/1 - Le comari

by Parolibero

Tanto per farmi qualche amico in più nella ormai abbondantemente screditata categoria cui mi onoro di appartenere, questo blog inaugura oggi una serie di post sui vizi del giornalismo italico. Si parte da quelle che io chiamo “le comari“, ovvero i giornalisti delle agenzie. I giornalisti delle agenzie sono fondamentali perché lavorano direttamente sulle fonti, sono dappertutto, seguono ogni avvenimento, alla caccia di una notizia o più spesso di qualcosa che le assomigli, anche lontanamente. La metà abbondante dei quotidiani e forse anche di più è fatta riportando notizie di agenzia, e a loro volta televisioni e radio aspettano l’arrivo messianico dell’Ansa prima di schiodare i loro redattori dalla sedia per fare un servizio. Le agenzie sono, insomma, come tutti saprete, all’origine della mefitica grancassa mediatica del Paese.

Come la Triade della mafia cinese Sole Rosso, i colleghi Ansa-AdnKronos-Agi li vedi sempre insieme a confabulare; li incontri alla conferenza stampa, al convegno, in Parlamento, alla presentazione del libro, all’anteprima del film, e in generale ovunque ci sia qualcuno con uno straccio di dichiarazione da dettare. Dopo essersi assembrati intorno al malcapitato di turno con i loro registratorini sempre più spesso digitali (ma c’è chi usa la funzione “rec” del cellulare), si riuniscono come carbonari per concordare il testo da dettare al telefono e lanciare in Rete. Sì, concordare: “questa la diamo così”, dicono, e “questa cosa la lasciamo da parte”, “su questo passaggio ci facciamo il titolo”, insomma sono sempre molto attenti a non darsi “buchi” (gergo giornalistico: a non avere qualcosa in più delle testate concorrenti).

C’è in questo modo di fare tutta la pigrizia del giornalista italiano che odia, mediamente, la sana competizione tra colleghi. E’ una concezione piatta e sciatta del giornalismo, che invece di spronare il talento lo nasconde, in una corsa al ribasso nella qualità dell’informazione che non giova a nessuno e finisce per annoiare e demotivare i giornalisti, per primi. Il risultato di ciò è che le agenzie sono tutte uguali, a volte perfino nei titoli, spesso scritte in un italiano raccapricciante e incomprensibile.

Ma come in ogni regola, ci sono le eccezioni. Capita che qualcuno dei colleghi di agenzia, in un sussulto d’orgoglio e amor proprio, rifili un bel “buco” agli altri: che so, una notizia scottante data in anticipo, un’intervista esclusiva, una scheda di spiegazione su un argomento d’attualità, i risultati di una ricerca, dei dati che nessun altro ha tirato fuori. Ecco, in quel caso, scattano i commenti aciduli delle “comari”: “hai visto l’ApCom che ha fatto? Da xyz non me lo sarei mai aspettato”, con conseguenti occhiatacce e ostracismo verso il/la collega, reo di aver fatto il suo lavoro e offerto qualcosa di originale ai suoi lettori. Dura così per qualche giorno, poi le comari tornano ad essere tutte un risolino e una convenienza, tutto un complimento: “Ho letto il tuo servizio. Ci sei anche tu a seguire xyz? Ciao bella, ci vediamo là”.

Ci vediamo là. Per concordare il pezzo. Le comari. Nel prossimo post, il rito delle “transumanze“. State collegati.

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