Come dici, amore? Vuoi andare sul cavallino? Vittoria, papà ora ti spiega perché sul cavallino non ci si va, te lo spiega perché è giusto che tu inizi a capire che quei cavallini non sembrano affatto felici della vita che fanno. Vedi amore, loro son fatti per scorrazzare nei prati e invece stanno qui a farsi mangiare dalle mosche in un parchetto assolato, e poi, guardali negli occhi, ti sembrano forse dei cavallini in buona salute? Smunti, con le costole a vista, la criniera e la coda spelacchiate. E poi, piccola, vogliamo considerare lo sfruttamento? E’ giusto che questi cavallini trascorrano la loro esistenza in un parchetto riarso, e che quel signore faccia dei soldi -tanti soldi al giorno, amore- approfittando della passione dei bambini per gli animali? E’ giusto, Vittoria? No, amore. E insomma tutto questo per dirti che quando arriveremo lì davanti, e come tutti i giorni ci sarà il carrettino dei pony, e il signore che fa i tanti soldi approfittandosi di te, Vittoria, dei tuoi sentimenti, della tua sete di conoscenza, il signore cercherà di attirarci, ebbene noi a quel signore diremo insieme un garbato, ma deciso NO. D’accordo, amore?
- Signore-dei-pony: Si va? Due euro, quattro se sale anche lei.
La cosa più bella di posti come questo non sono tanto i delfini, quanto le espressioni idiote dei papà [me compreso, eh]. Se fai la faccia intelligente non vale, ti guardano male. Se tieni un basso profilo, nemmeno [ho sentito io con le mie orecchie un ragazzino gridare song ‘e napule, giusto per dire che se mia figlia un giorno dovesse strillare so’ de roma, io la diseredo ecco]. Alla fine, ti rapinano cento euro tra biglietti, una lasagna appena cresimata, fotoricordo, gadget vari. Comunque, la ricompensa consiste nel vedere che i bambini si divertono, insomma un ricatto consumista sui sentimenti filiali [i sentimenti son sempre una fregatura, sapete]. Tu pensi queste cose ma ovviamente stai al gioco, corri come un forsennato tra la foresta dei pappagalli, la baia dei pinnipedi, l’isola dei delfini [i delfini son davvero commoventi, tuttavia mia figlia preferiva ballare sulle gradinate una canzone degli 883]. Poi s’è fatto tardi, non c’era tempo per il Galeone delle Meraviglie, così - sulla via del ritorno - pensavo: che meraviglia se nel Galeone, Capitan Uncino infilzasse una volta per tutte quella rompipalle di Campanellino.
C’era un operaio, Riccardo Magnanimi, che voleva partecipare al Costanzo sciò. Lavorava alla OM, Magnanimi, precisamente alle frizioni del “170″. A furia di brigare riuscì a farsi invitare al teatro Parioli, che è difficilissimo, sapete. Praticamente al Parioli entrano solo amici e parenti di chi lavora alla trasmissione. Ora, era una puntata di quelle in cui Costanzo non ha una cippa d’argomento decente e allora fa parlare molto il pubblico, manda le ragazze col microfono tra i divanetti, e quello - il pubblico - parla, parla, dice la sua su tutto, ma quasi sempre ne escon fuori delle cose banali tipo complimenti per la trasmissione e posso salutare qualcuno a casa. Infine, toccò il microfono al Magnanimi. Dica pure, fece Costanzo. E lui: “Dottor Costanzo, vaffanculo! Vaffanculo! VAF-FAN-CU-LO!”. Al terzo insulto quelli della sicurezza gli furono addosso. Rimediò un occhio pesto, il Magnanimi, che pure era un omaccione [costruiva il 170 della Om, mica robetta]. Ma soprattutto, ci rimase male quando gli dissero che la trasmissione era registrata.