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Archive for the 'racconti' Category

16
Aug
2007

Pacha Mama

by Parolibero

Pacha mama s’è risvegliata, a Ica. C’è del metodo feroce, mi viene di pensare, nel modo in cui i terremoti si accaniscono nelle zone più povere [ovviamente questa che ho detto è una stupidata]. Però colgo l’occasione per un post sul Perù e sugli Inca, uno dei miei pallini (mia moglie ancora mi maledice/ringrazia per averla trascinata laggiù in viaggio di nozze, ormai MOLTI anni fa :).

Dunque, Pacha mama secondo gli Inca è la madre terra. Nella loro cosmogonia esistevano tre mondi: quello di qui (Kay pacha), quello di sopra (Hanan pacha), quello di sotto o dei morti (Uku pacha). Tre livelli, tre spazi, tre dimensioni che si ripetono costantemente nella mitologia, nella religione, nei sorprendenti studi astronomici di questa affascinante cultura [sorprendenti sempre relativamente, considerato che parliamo del XV secolo e che questo popolo non conobbe scrittura: pensate, comunicavano attraverso una serie di ingegnose cordicelle annodate, i Quipu, ancora non del tutto decodificate e OVVIAMENTE, in gran parte distrutte dagli spagnoli].

L’astronomia, dicevo: basti pensare a Macchu Picchu e allo studio dei solstizi ai fini agricoli che ne fece la casta religiosa: è un posto che non si dimentica facilmente.

A Ica, cittadina a sud di Lima, epicentro del sisma di ieri, c’era invece un deserto di sale surreale, e di fronte le isole ballestas popolate di leoni marini, interamente ricoperte del guano dei gabbiani, una volta potentissimo fertilizzante che venica raccolto e venduto. Mangiammo in una trattoriola che poteva essere anche a Taranto, tanto era familiare e degradata, c’era una famiglia che festeggiava un qualcosa, chissà, dei bambini che si avventavano come noi su un fritto di pesce squisito. Gente povera e sorridente.

Uscimmo e regalammo penne e monete e sorrisi e carezze a tutti, con quel senso di nausea verso sé stesso del turista occidentale che mai, nemmeno con la migliore delle disposizioni d’animo, riesce a liberarsi dei suoi pregiudizi, del suo etnocentrismo. Poi andammo a Paracas, riserva naturale, anche lì altre meraviglie. Il tutto percorrendo la Panamericana, praticamente una mulattiera asfaltata, ogni tot chilometri un camion di bestiame o quache Ape ribaltata.

Ho nostalgia, vorrei esser là a fare qualcosa per quella gente. Ma cosa? Viva il Perù, gli occhi dolci della vigogna, i bambini con gli occhi grandi, il moccetto, la pelle bruciata dall’aria e dal sole. Viva.

08
Jul
2007

C’erano dei sogni, in quella biglia di Gimondi

by Parolibero

Erano giorni di luglio come questi, tra noi si smanettava su un videogioco con le moto a tutta birra, nel deserto. C’era Spagna nel juke-box, e poi interminabili partite a ping pong (chi perde passa sotto al tavolo) o calciobalilla (la “girella” non vale). Col nostro migliore amico, il pallone, si giocava a svegliamammocci o palla-barattolo, correndo a perdifiato per la Costarella. In un angolo della sala giochi resistevano certi reperti degli anni settanta, quelli colla biglia da indirizzare sul tracciato delle macchinine, evitando le buche. Poi c’erano delle palline di plastica mezze trasparenti e mezze colorate, con un ciclista dentro che quasi sempre era Gimondi, ma qualche volta Merckx. Al bar si beveva una cosa che mai più avresti ritrovato, la spuma; e c’erano due bottiglie, la spuma nera e quella gialla, messe al fresco, si fa per dire, sotto il getto d’acqua. L’età era un’età di passaggio, quei quattordici anni terribili per tante cose. Perché non sai chi sei, né cosa stai diventando: ormai troppo grande per la Bmx, ancora troppo piccolo per il Ciao. Eppure. Eppure non ci sarebbe mai più stato in seguito, un momento in cui così chiaro, così cristallino, ti sarebbe apparso il fatto che tutto, a questo mondo, fosse possibile. Perfino baciare la più bella, Mariavittoria.

15
May
2007

Insofferenze leopardiane di una primavera falsa

by Parolibero

Io, la primavera, non so. Io, la primavera, anche una primavera invero fasulla come la presente e viva, io davvero non so, la primavera. Ci son le margherite in fiore, e sia. Le rondini allegre, d’accordo. Le vesti delle femmine si fan corte e uno, beh, ci guarda dentro da tutti i fòri. Però io, non so, la primavera, a parte questi trascurabili vantaggi, queste gaie donzelle di Citerea che senton gli ardori, mi si scatena dentro una grandiosa tristezza di vivere. Che al confronto, il gobbo, era un inguaribile ottimista. E a dispetto di quello lì, il pruriginoso, che lui s’andava per la nuova primavera cantando, la cosa strana che mi succede, cari voi, è che il naufragar m’è dolce, in questo male.

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